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I miei amici marziani

 

 

Ogni passo su questo pianeta è pesante, come avere addosso tutto il mondo. 

Chiudendo gli occhi, a Cyprien sembra di sentire il vento tra i capelli e il calore del sole sulla pelle; per un attimo si ricorda della vita. Ma la voce metallica del comandante Johnston rimbomba nel casco richiamandolo al presente, e il suo sguardo sbatte contro il deserto che lo circonda. Polvere rossa, freddo gelido e vento, che per quel che ne sa, può viaggiare alla velocità del suono. Perché lui come i suoi cinque compagni, da 264 giorni vive come dentro una bolla. 264 giorni senza l’aria del cielo, senza il profumo di una torta appena sfornata, senza fare l’amore.

“Da piccolo amavo spingermi nel buio per esplorare l’ignoto. Sognavo di fare lo scienziato o l’astronauta” mi racconta Cyprien Verseux, biologo, in uno dei video-messaggi che ci scambiamo ogni giorno. “Ma oggi che le mie fantasie sono diventate realtà, rifletto sul senso della vita, consapevole che ogni mio gesto potrebbe cambiare il destino dell’umanità”. Cyprien, sguardo sincero di chi non fugge le domande, è parte della Hi-Seas, una squadra di sei astronauti della Nasa che per un anno, fino alla fine di agosto, simulano la vita su Marte. Tutti giovanissimi, a cominciare dal comandate Carmel Johnston, una ragazza del Montana di appena 27 anni. Tutti con un curriculum accademico al limite del genio. Trascorrono un anno dentro una cupola bianca piantata sulla cima del vulcano Mauna Loa, nell’Isola Grande delle Hawaii. Undici metri di diametro, sei camere grandi come cuccette di un treno, un laboratorio, e una porta pneumatica a tenuta stagna, la cui forma ricorda il sesso da cui nasce la vita.

Escono solo un paio di volte alla settimana, per le missioni esplorative EVA (Extra Vehicular Activities), sempre indossando la loro tuta spaziale. Oggi sembra un gioco, ma nella verità di un tempo molto vicino, quando vivremo su Marte, la temperatura esterna arriverà a -140 gradi, non ci sarà né ossigeno né atmosfera, e senza quella tuta a farci sopravvivere, il nostro corpo esploderebbe nel giro di quindici secondi.

“Hai mai provato a trascorrere un intero fine settimana in casa? Ecco, immagina di passarci un anno, con le stesse cinque persone” mi dice Cyprien cercando di spiegarmi come possa essere la sua vita. “Ci sono cose che fuori da qui nessuno potrebbe capire, per questo le lasceremo sotto questa cupola bianca, nel mezzo del deserto” aggiunge il comandante Johnston.

Le loro giornate sono piene di esperimenti scientifici, per quindici ore ogni giorno. Ma quando l’angoscia dell’isolamento inizia a mordere anche il silenzio, allora si pedala veloci con una bicicletta che corre sui rulli nel mezzo della loro casa. Oppure si indossa un visore VR, per tornare virtualmente a camminare sulla terra. “Ogni cosa semplice smette di essere scontata quassù” continua il comandante. L’acqua sarà un bene prezioso e per fare la doccia sul loro pianeta Marte hanno sessanta secondi, non importa se l’acqua sia fredda. Per cucinare invece, basta il tempo di una polvere che si scioglie nell’acqua. “Sarà impossibile portare lassù del cibo fresco. Non si manterrebbe e sarebbe costoso” spiegano gli astronauti, che nel loro bagaglio hanno potuto mettere solo qualche foto di famiglia, una bandiera del loro Paese e del cibo liofilizzato col sapore di ogni cosa. “Per colonizzare Marte dovremo generare la vita dal deserto più ostile che l’uomo abbia mai conosciuto” mi racconta Cyprien avvicinando con orgoglio alla webcam una provetta contenente un liquido verde. “Sono batteri che trasformeranno in sostanze nutritive le poche risorse e i gas presenti su Marte. Grazie a loro produrremo ossigeno e carburante, e inizieremo a coltivare gli orti marziani”.

Questi ragazzi sono spinti dallo stesso vento che gonfiava le vele delle caravelle più di cinquecento anni fa. Conoscono il rischio che corrono, ma credono che il successo di questa missione spaziale sarà una vittoria per l’intera umanità. Sheyna, sei lauree e medico dell’equipaggio, mi spiega con dolcezza quasi materna, che “ciascun essere umano, ogni giorno, salva il mondo” e questo è lo spirito che li tiene uniti sui terreni aspri della conquista. “Il sacrificio a cui la ricerca spaziale ci costringe, sarà un bene anche per la nostra vecchia terra. Vivere un ambiente ostile come quello marziano, significa anche scoprire come rinascere dai deserti terreni”.

 

I video-messaggi che ho scambiato con gli astronauti su Marte, hanno il sapore degli antichi dispacci scambiati tra ambasciatori, che nelle loro tute bianche oggi, sono diventati emissari dell’intera umanità. Osservandoli non so dire se sia più l’entusiasmo per la sacra curiosità che spinge le esplorazioni, o la sensazione di terribile precarietà che si prova nel vederli piccoli, come ogni uomo, nel cosmo senza confini. Ma quei venti minuti di delay che trascorrono tra un messaggio e l’altro, perché questo è il tempo luce che ci separa da Marte, raccontano di una distanza troppo grande per non far paura. Lo sa bene Cyprien, che quando gli attacchi terroristici colpirono la sua Parigi e i suoi amici, lui si trovava su un altro pianeta e per la prima volta dopo cento giorni di missione sentiva la mancanza di internet, di una voce amica, di

un abbraccio. “Per raggiungere Marte ci vorranno sette mesi di viaggio, e quando si arriverà lassù, ci sarà molto lavoro da fare” spiega il comandante Johnston, che tra le parole lascia intendere la sua incertezza davanti alla possibilità di essere una delle pioniere. Il problema principale che resta davanti alla possibile colonizzazione di Marte, riguarda le condizioni nelle quali arriveranno gli astronauti lassù. “Se non riusciamo a generare artificialmente la gravità durante il viaggio, rischiamo di arrivare fisicamente provati, senza la forza necessaria per lavorare” spiega il dottor Sheyna. “E anche quando avremo risolto questo problema, nessuno può dire come corpo e mente si comporteranno lassù” aggiunge col suo serafico sorriso. Il sogno del Cyprien bambino, dove l’uomo vive una dimensione multi-planetaria, sarà probabilmente la storia che segnerà la nostra generazione, forse già a partire dal 2020. Ma il Cyprien grande, ora sogna solo di indossare un paio di sneakers e correre nella natura. Mentre dall’oblò della cupola bianca, sul paesaggio marziano, si scorge il volo di un falco, a ricordarci che la gravità ancora ci tiene con i piedi a terra.

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Missione Hi-Seas, gli astronauti della NASA stanno simulando un anno di vita su marte vivendo all'interno di questa cupola bianca.
Missione Hi-Seas, gli astronauti della NASA stanno simulando un anno di vita su marte vivendo all’interno di questa cupola bianca.